Nuove prospettive del Kids’Workshop

Nuove prospettive del Kids’Workshop

Una sperimentazione nel nido con bambini tra i 2 e i 3 anni

di Francesca Coddetta, Sabrina Maio

 Introduzione al lavoro

Il presente lavoro vuole descrivere un’esperienza sperimentale di applicazione del laboratorio Kids’ Workshop di Barbara Williams ad un gruppo di bambini di 2-3 anni di un asilo nido di Roma. Quello ideato dalla Williams negli anni ’70 è un laboratorio esperienziale che, ispirato al paradigma rogersiano, lavora sul rafforzamento delle qualità centrate sulla persona – accettazione, empatia e congruenza – e sulla valorizzazione della creatività e della comunicazione diretta.

L’efficacia del Kids’ Workshop ai fini della promozione di un sano sviluppo della personalità è stata nel tempo ampiamente comprovata con gruppi di bambini di età compresa tra i 4 e i 12 anni, come verrà descritto successivamente nel paragrafo dedicato. L’ipotesi che ci ha ispirato a sperimentare il KW con bambini più piccoli, è che le caratteristiche evolutive della fascia di età compresa tra i due e i tre anni sembrano particolarmente adatte all’incontro con i concetti e principi alla base del laboratorio. In questo periodo evolutivo, infatti, si osserva la fase iniziale di importanti conquiste come: l’uso della parola ai fini della comunicazione con l’altro; il riconoscimento e la differenziazione delle emozioni di base – paura, gioia, rabbia, stupore, tristezza – sia su di sé che sull’altro; la sperimentazione delle relazioni tra pari; la rappresentazione mentale della realtà – simbolizzazione e teoria della mente. Proporre il Kids’ Workshop in questa fase evolutiva può permettere, dunque, il rafforzamento di tali apprendimenti in un modo che sia immediato e congruente con la tendenza attualizzante dell’individuo in funzione del proprio benessere. Mentre l’applicazione del Kids’ Workshop con bambini più grandi necessita di una prima fase di evidenziazione e consapevolizzazione degli apprendimenti disfunzionali prima di passare alla fase di vero e proprio rafforzamento e valorizzazione delle qualità centrate sulla persona.

Vogliamo iniziare la presente trattazione fornendo un quadro teorico di riferimento relativo al processo di sviluppo durante la fase di crescita che va dai 2 ai 3 anni con la duplice prospettiva di chiarire l’utilità e i vantaggi che può avere per il bambino l’esperienza legata al kids’Workshop e di motivare gli adattamenti che sono stati apportati agli esercizi originali progettati dalla Williams.

Caratteristiche della fase evolutiva: fascia 2-3 anni

Secondo la teoria della personalità di C. Rogers (1951, 1961, 1965), i primi anni di vita sono fondamentali per la strutturazione di una personalità sana, in quanto l’individuo, essendo all’inizio del suo percorso evolutivo, è in uno stato di maggiore dipendenza dalle influenze esterne. In altre parole, l’essere umano, che naturalmente tenderebbe ad uno sviluppo positivo verso l’autorealizzazione, nel periodo della prima infanzia, essendo particolarmente vulnerabile, può più facilmente venire deviato nel suo percorso di crescita, da un ambiente che lo allontani dalla sua “Tendenza Attualizzante”, ovvero un sistema motivazionale intrinseco alla natura umana che ne determina lo sviluppo e ne dirige il comportamento.

La presenza di un ambiente facilitante è, allora, in special modo importante nella fascia 2-3 anni. Ma, quali caratteristiche deve avere l’ambiente per essere definito come facilitante?

Per poter identificare le caratteristiche che l’ambiente biologico, culturale e sociale deve avere per essere facilitante si deve necessariamente partire dalle principali modificazioni a cui il cucciolo d’uomo va incontro durante questa fase di vita. Lo sviluppo deve essere osservato secondo tutti i diversi aspetti della maturazione: neuromotorio, sensoriale, cognitivo, affettivo e relazionale. In genere esso segue modalità fisse nella comparsa dei vari schemi di comportamento; modalità che sono descritte nelle scale di sviluppo (Gesel 1926, Brunet-Lezine 1951, Griffiths 1954). Nonostante siano descrivibili tappe di sviluppo con tempi e ritmi abbastanza costanti che permettono di parlare di percorso di crescita fisiologico del bambino, occorre, però, ricordare che ogni bambino ha ritmi di crescita differenti, mai del tutto simili a quelli degli altri coetanei. Infatti, l’evoluzione maturativa avviene attraverso lo sviluppo di diverse aree della personalità ciascuna con la propria struttura ed un proprio ritmo evolutivo che si integrano ed interagiscono tra loro rendendo ogni individuo unico. Le aree in questione sono:

  • l’area corporea da cui dipende la motricità, la tendenza alla conservazione e lo sviluppo di strutture specifiche come la capacità di orientamento spazio-temporale, la capacità di equilibrio e la capacità di coordinamento oculo-motoria;
  • l’area cognitiva a cui si deve la capacità di elaborare gli input e la comprensione degli stimoli, la capacità di simbolizzazione, la capacità mnemonica nonché la capacità di pianificare il proprio comportamento in funzione di un progetto;
  • l’area affettiva che controlla l’emotività, la motivazione alla risposta agli stimoli, il senso di autostima;
  • l’area sociale da cui dipende la capacità di rispetto e di collaborazione di un individuo verso la società nella quale è inserito.

La personalità di un essere umano può dirsi sana ed integrata, quando le diverse aree sopra descritte seguono un processo di maturazione armonico.

 

L’area di sviluppo motorio verrà trattata in modo molto sintetico essendo la meno determinante rispetto ai principali obiettivi del kids’ Workshop.

La motricità (Camaioni, 1999) consiste nella capacità di compiere tutti i movimenti possibili con il proprio corpo. Lo sviluppo dell’area motoria è, quindi, alla base dei processi di interazione con l’ambiente e con gli altri e consente al bambino di iniziare a variare i “punti di vista” e le “prospettive”. La capacità motoria permette, inoltre, l’accrescimento psicofisico e l’acquisizione dell’autonomia individuale. Nel corso dell’età pre-verbale il bambino è “un essere principalmente motorio”, la motricità pertanto condizionerà lo sviluppo ed il raggiungimento delle tappe maturative fondamentali. Possiamo affermare che il movimento accompagna lo sviluppo delle conoscenze del bambino, e quando queste passano sotto il controllo dell’intelligenza verbale, rimane un indicatore importante dei modi in cui si esteriorizza l’attività psichica. Lo sviluppo dello schema motorio dipende dal coinvolgimento di tre fattori: il sistema nervoso e l’apparato muscolo-scheletrico che si sviluppano attraverso una serie di fasi determinate sia dalla genetica che da stimoli esterni e, terzo fattore, l’ambiente che può stimolare e motivare il bambino in modo diverso e perciò provocare risposte differenti. Dunque un ambiente di crescita che sia strutturato in modo tale da permettere al bambino di muoversi in modo libero e sicuro rappresenta un fondamentale strumento di formazione di una personalità autonoma. In particolare lo sviluppo motorio del bambino è strettamente legato allo sviluppo dell’intelligenza intesa come forma di adattamento all’ambiente che permette di moltiplicare gli scambi positivi tra il mondo circostante ed il proprio corpo a vantaggio di quest’ultimo.

Gli aspetti dell’area cognitiva interessanti per il Kids’ Workshop sono quelli relativi alla capacità di simbolizzazione e alla costruzione mentale della realtà.

Lo sviluppo dell’area cognitiva comincia con la capacità di percepire l’ambiente. Esiste una vastissima letteratura sull’argomento e molti sono gli studiosi che hanno formulato teorie sullo sviluppo cognitivo. Per ragioni di sintesi ne citeremo soltanto alcune.

Secondo Piaget (1896-1980), l’intelligenza è un prolungamento del nostro adattamento biologico all’ambiente in quanto l’uomo è biologicamente e geneticamente dotato di una predisposizione che gli permette di superare i limiti imposti dalla natura e di agire sull’ambiente, modificandolo in base alle sue esigenze (Camaioni, 1999). Il bambino, attraverso l’intelligenza costruisce, infatti, delle nuove strutture mentali che gli servono per comprendere e spiegare l’ambiente. Ciò avviene mediante un progresso evolutivo che accompagna l’intero periodo di crescita del soggetto, caratterizzato dall’avvicendarsi dei processi di assimilazione[1], accomodamento[2] e adattamento[3]. Secondo Piaget, lo sviluppo cognitivo è possibile solo in funzione di questi processi. Esso ha sia la caratteristica di essere continuo, in quanto governato da funzioni invarianti di adattamento ed accomodamento, sia di essere discontinuo in quanto con il crescere dell’età si verificano modificazioni strutturali chiamate dall’Autore “stadi di sviluppo”. Ogni stadio prevede una forma particolare di organizzazione psicologica con proprie conoscenze ed interpretazioni della realtà. Piaget distingue quattro stadi di sviluppo. Tra questi lo stadio preoperazionale che va dai 2 ai 6 anni è quello di interesse della nostra trattazione. Durante questo periodo di sviluppo il bambino acquisisce la capacità rappresentativa che gli consente di utilizzare oggetti, immagini, azioni o parole come simboli di qualcos’altro. Questa capacità, alla base della costruzione di molti degli esercizi del laboratorio della Williams, si evidenzia per alcune attività che il bambino mette in essere: l’imitazione differita, cioè imitare un comportamento osservato in precedenza anche in assenza del modello (ad esempio negli esercizi del “fiore immaginario”, “il mio posto preferito”, “trasformarsi in animali”); il gioco simbolico, ossia utilizzare un oggetto al posto di un altro (ad esempio negli esercizi “conoscersi attraverso i puppets”,“le maschere”); il linguaggio, ossia utilizzare parole o semplici frasi per rappresentare la realtà (ad esempio negli esercizi “i messaggi diretti”,“esprimi tre desideri”).

La teoria di Piaget ha trascurato il ruolo che l’area sociale ha nello sviluppo dell’intelligenza. Vygotsky (1896-1934) fece, di contro, un tentativo di spiegare lo sviluppo della cognizione come strettamente interconnesso con la socializzazione. La teoria, formulata da Vygotskij (1934) si fonda sul concetto di zona di sviluppo prossimale. La zona cognitiva entro la quale un bambino riesce a svolgere, con il sostegno di un adulto o in collaborazione con un pari più capace, attraverso la mediazione degli scambi comunicativi, compiti che non sarebbe in grado di svolgere da solo. Il concetto di zona di sviluppo prossimale sottolinea anche l’importanza del principio di prontezza, che aumenta la necessità per un soggetto di essere preparato ad acquisire un certo contenuto. Proporre il Kids’ Workshop nella fase evolutiva tra i due e i tre anni, può, allora, in linea con il concetto di zona di sviluppo prossimale, permettere il rafforzamento di apprendimenti come l’uso del linguaggio, l’alfabetizzazione emotiva, la capacità di relazione interpersonale.

  1. Bruner (1915-1995), ispirandosi alla teoria di Vygotskij, propose una teoria nell’ambito dello sviluppo cognitivo che identifica gli elementi di interazione sociale come una parte integrante dell’elaborazione delle informazioni (Bruner, 1956). Infatti, secondo questo Autore, l’apprendimento per l’essere umano è essenzialmente un’attività che coinvolge la co-costruzione della conoscenza e dipende dalla possibilità di trovare soluzioni a problematiche utilizzando strategie di ricerca di elementi di regolarità nei fenomeni ambientali. Il laboratorio proposto dalla Williams, essendo un laboratorio fondato sulla collaborazione e condivisione in gruppo di più individui tra loro, facilita il rafforzamento delle qualità centrate sulla persona proprio attraverso l’interazione sociale.

A partire dalla fine degli anni 80 si è andato sviluppando nell’ambito della psicologia dello sviluppo, un paradigma conosciuto come “Teoria della Mente”. Tale paradigma intende la “teoria della mente” come una competenza che gli esseri umani sviluppano di capire gli altri in termini di stati mentali, cioè la capacità di attribuire stati interni, quali desideri, credenze, a sé e agli altri e di prevedere il comportamento proprio e altrui sulla base di tali stati. Negli ultimi anni si sono sviluppati molti studi per comprendere i possibili processi che portano allo sviluppo di questa abilità nei bambini. Pionieri sono stati i lavori sperimentali di Premach e Woodruff del 1978 e il “compito della falsa credenza[4]” ideato da Wimmer e Perner nel 1983. Secondo questi ultimi due Autori, comprendere che l’azione di un’altra persona consegue dalla falsa credenza della persona in questione, indica che il bambino ha raggiunto la separazione concettuale tra mente e realtà e che concepisce gli stati mentali come cause del comportamento. Il mondo accademico è, in linea generale, concorde nel ritenere che ciò non possa accadere prima dei 4 anni di età del bambino. Tuttavia ci sono evidenze di una conoscenza della mente a partire dai 2-3 anni di età in quanto i bambini sono in grado di comprendere e sviluppare il gioco simbolico e di prevedere il comportamento altrui sulla base dei desideri. Gli stati fisiologici e le emozioni fondamentali ad essi collegate sono per i bambini così piccoli generatori di desideri che si traducono in azioni comportamentali funzionali al loro soddisfacimento. Il successo o meno di tali azioni produce reazioni emotive di piacere o dispiacere che contribuiscono alla stabilizzazione o meno del comportamento stesso. Essi, però, non sono ancora in grado di riconoscere le false credenze in quanto non si rendono conto della differenza tra ciò che viene pensato e ciò che accade realmente. Simon Baron-Cohen (1958), ha individuato come la competenza della rappresentazione interna degli stati mentali sia fondamentale per la capacità di riconoscere ed interpretare le espressioni mimiche, per la messa in atto di comportamenti imitativi, per la possibilità di attuare il gioco simbolico e per sviluppare la capacità di partecipare ad attività che richiedono la condivisione dell’attenzione. Si può dedurre, allora, che tale competenza sia legata ad un “sistema rappresentazionale” che consente al bambino di rendersi conto degli interessi e dei modelli che l’Altro utilizza nella sua mente per comprendere la realtà (S. Baron-Cohen 1995; Lesile 1991; Frith 1999).

Tali osservazioni portano a considerare come la competenza della mentalizzazione sia fondamentale per lo sviluppo dell’area affettivo-relazionale della personalità. Infatti la capacità di “pensare” gli stati mentali propri e degli altri (sentimenti, desideri, intenzioni e gli stessi pensieri) sta alla base della possibilità dell’uomo di mettersi in relazione con i suoi simili, di essere cioè un “animale sociale”. In effetti la competenza cognitiva procede, lungo lo sviluppo, insieme alla competenza affettiva e alla competenza sociale, in modo indissolubile. Il logico passo successivo del nostro viaggio conoscitivo è dunque quello di esplorare le modalità di sviluppo nei bambini della sfera emotiva e della sfera sociale della personalità…..

La competenza emotiva è una capacità complessa del soggetto adulto che consiste nella facoltà di costruire relazioni interpersonali positive che favoriscono comportamenti socializzanti. Nei vari approcci metodologici allo studio della competenza emotiva sono state individuate tre chiavi di lettura: la comprensione della natura delle emozioni, la loro causa e la regolazione delle stesse.

Le teorie più recenti hanno messo in luce che gli affetti assumono il loro significato nelle relazioni e negli scambi comunicativi in cui si definisce l’esperienza emotiva. Da ciò emerge con chiarezza che le relazioni interpersonali giocano un ruolo fondamentale nella socializzazione emotiva in quanto sono il contesto in cui il bambino impara il significato delle emozioni e la loro comunicazione, nonché le modalità socialmente accettabili della loro espressione. L’esperienza