a cura di Francesca Coddetta[1]

 

L’International Federation Social Workers (IFSW)[2], il principale organismo rappresentativo del settore a livello internazionale, definisce il lavoro sociale come una professione che, nelle sue diverse forme e applicazioni, promuove cambiamento, sviluppo, coesione sociale ed empowerment nelle persone. Tale definizione lo inquadra come un area pluri-professionale il cui obiettivo primario è facilitare nelle persone il rafforzamento di abilità e competenze utili a sviluppare pienamente il proprio potenziale, determinando esse stesse la qualità della loro vita e della loro salute.

In tal senso il lavoro sociale diviene strumento delle politiche di promozione della salute (WHO, 1986); ossia dei processi che motivano le persone, i gruppi, le società a diventare protagonisti attivi, agenti determinanti del benessere proprio e della comunità di riferimento[3].

Esso, infatti, agisce coinvolgendo direttamente individui o gruppi ad affrontare in prima persona le sfide della vita ed agire strategie di coping funzionali al soddisfacimento dei loro bisogni personali e professionali, compiendo cosi un percorso verso il raggiungimento di un sempre maggiore equilibrio nelle dimensioni biologica, psicologica e sociale.

Assistenti sociali, educatori, animatori socio-culturali, operatori di comunità, sono professionisti focalizzati sul problem solving e sul cambiamento. Agiscono, cioè, a livello sociale, individuale, famigliare, organizzativo e comunitario per promuovere cambiamento di stili di vita, di abitudini di comportamento, di criteri valoriali. Il fine ultimo è il miglioramento delle condizioni di vita e del benessere sociale.[4]

Ma cosa significa cambiare?

Cosa facilita una persona, un gruppo, una comunità a modificare il lifestyle, a cambiare i modi di fare, i propri valori?

Ad intraprendere strade nuove per uscire da uno stato di disagio?

The curious paradox is that when I accept myself just as I am, than I change.[5]

Nel suo libro On becoming a Person[6] Carl Rogers, uno dei padri fondatori della Psicologia Umanistica, il primo a parlare di counselling, afferma che le persone rafforzano la loro efficacia quando riescono a percepire e accettare sé stesse per come sono. Ascoltare sé stessi aumenta l’autoconsapevolezza, che costituisce la prima componente di quelle che l’OMS definisce skills for life.[7] Avere coscienza di sé significa conoscere e riconoscere, in una dimensione libera dal giudizio, le proprie emozioni e i bisogni che le suscitano, le strategie di coping abitualmente agite, i valori di cui si è portatori. L’autoconsapevolezza, insieme alla capacità di accettare ciò che si è, facilita il cambiamento in quanto permette alle persone di valutare i propri punti di forza e le aree di fragilità per utilizzarli come base di partenza al fine di definire obiettivi congruenti orientati al benessere, insieme a strategie funzionali al loro raggiungimento.

L’autoconsapevolezza accettante insieme alla fiducia nelle proprie capacità di sostenere lo sforzo fisico e psicologico che il cambiamento comporta (autoefficacia), sono abilità necessarie affinché le persone, da sole o in gruppo, possano motivarsi a sostituire abitudini di comportamento disfunzionali con strategie di coping che abbiano come effetti a breve, medio e lungo termine il benessere bio-psico-sociale.

è qui che l’opera dei social workers assume senso e valore empirico in quanto relazione professionale di aiuto. In linea con la Global Definition[8] of Social Work de l’IFSW, chi lavora nel sociale è un helper dotato delle conoscenze e competenze necessarie a facilitare l’altro a crescere, a sviluppare le proprie potenzialità, a raggiungere la maturità, ad apprendere modelli di comportamento più adeguati ed integrati. Attraverso una relazione di aiuto di qualità, il professionista del sociale, cioè, usa le proprie competenze per valorizzare maggiormente le risorse personali del soggetto che incontra: individuo, gruppo o comunità. Quando la relazione funziona, l’altro attiva un processo di cambiamento che lo porta a diventare agente attivo della propria realizzazione nella dimensione privata e sociale del sé; ad assumersi pienamente la responsabilità delle scelte che compie in funzione della propria salute; ad usare l’empowerment per il proprio benessere.

Ma, quali sono le caratteristiche delle relazioni che aiutano veramente?

Che attivano il cambiamento?

Quali competenze sono necessarie al professionista che opera nel sociale per costruire relazioni efficaci?

La succitata Definizione Globale indica il counselling tra la serie di competenze, tecniche, strategie che il social worker utilizza al fine di “promuovere il cambiamento sociale, lo sviluppo sociale, la coesione sociale, e l’empowerment e la liberazione delle persone.”

Il counselling è una particolare relazione di aiuto che utilizza l’ascolto empatico, alcune tecniche di comunicazione efficace ed il problem solving per facilitare l’altro in un percorso di autoesplorazione, riconoscimento, identificazione e potenziamento delle risorse di cui dispone, utili ad agire scelte consapevoli rispetto ad una specifica e attuale situazione problematica.

Tali competenze si rivelano inoltre fondamentali per favorire il professionista che si occupa di sociale a lavorare in gruppo o in team; a gestire, cioè, le relazioni con altre figure professionali complementari in modo sinergico e collaborativo.[9]

In tutte le professioni che operano nel sociale, le competenze di counselling si rivelano particolarmente efficaci ogni volta che la relazione di aiuto è finalizzata a sostenere individui, famiglie, gruppi o Istituzioni nell’accrescere il loro livello di autonomia e di competenza decisionale, mediante l’acquisizione di una maggiore consapevolezza dei propri bisogni e del proprio potenziale di risorse personali”.[10]

Ciò che funziona è la costruzione di una relazione professionale di aiuto fondata:

  • sul rispetto reciproco delle differenze individuali e culturali e dei confini professionali;
  • sulla fiducia nella capacità del soggetto in difficoltà di acquisire o potenziare l’autoconsapevolezza e l’autoefficacia accrescendo, così, il suo livello di autonomia e di competenza decisionale per risolvere la situazione problematica.

In altre parole chi lavora nel sociale può utilizzare le competenze di counselling per aiutare i soggetti in difficoltà a prendere coscienza del bisogno negato che li porta a percepire una situazione come problematica e a mettere a fuoco le opzioni di cui dispongono per superarla da protagonisti scegliendo in modo responsabile di agire una o più strategie di coping funzionali al benessere proprio e della comunità a cui appartengono. Che si tratti di individuo, famiglia, gruppo o Istituzione, agire le competenze di counselling in una relazione professionale di aiuto porta il frutto dell’autonomia del soggetto in difficoltà: potenzia le sue capacità di scelta; rafforza le abilità di problem solving, decision making e social effectiveness.

Di quali competenze si tratta?

Quali abilità legate al counselling, il professionista del sociale può agire nella relazione di aiuto?

Nel counselling si integrano qualità legate al modo di essere dell’helper con l’altro nella relazione di aiuto e strumenti di comunicazione efficace, entrambi necessari per la facilitazione del processo di cambiamento. Qualità della presenza insieme ad abilità di ascolto e comunicazione sono, dunque, le competenze di counselling che possono essere usate con successo da chi lavora nel sociale.

Un clima relazionale facilitante è costruito e mantenuto se e quando l’helper riesce ad usare tali competenze nel giusto mix e in modo naturalmente integrato. Qui, per ragioni squisitamente descrittive, le approfondiremo nel dettaglio singolarmente.

Abilità legate al modo di essere

Coloro che si occupano di scienze psicologiche o sociali e più in generale gli scienziati che lavorano nel campo delle relazioni di aiuto, per anni si sono interrogati su quali fossero le variabili che ostacolano o facilitano chi ha un problema ad uscire dalla condizione di difficoltà. A partire da Carl Rogers[11], vari studi internazionali[12] convalidati mediante la ricerca sul campo hanno dimostrato che congruenza, accettazione non giudicante, empatia costituiscono l’essenza di una relazione di aiuto efficace, prima ancora della quantità di tempo dedicata, delle abilità tecniche impiegate, delle conoscenze teoriche del professionista.

Utilizzare tali competenze di counselling con consapevole naturalezza nella relazione di aiuto produce un’atmosfera costruttiva che determina quanto il singolo incontro o l’intero processo sarà un’esperienza che blocca o stimola la crescita, il cambiamento, la soluzione della crisi.

La congruenza consiste nella capacità del counsellor di essere nella relazione con l’altro in modo autentico, integrando la dimensione professionale con quella personale del sé. Indipendentemente dal ruolo di assistente sociale, operatore di comunità, educatore, essere congruenti significa, quindi, relazionarsi all’altro come persona, restando costantemente in contatto con i propri sentimenti e bisogni, restando consapevoli dei propri valori e aspettative. Fare esperienza con l’autenticità dell’helper renderà più facile per la persona in difficoltà, fidarsi di poter egli stesso essere autentico nella relazione.[13]

L’accettazione non giudicante, rispetto profondo o considerazione positiva incondizionata[14], consiste nella disponibilità del professionista a comprendere in modo aperto e rispettoso l’altra persona per come essa è, anche se portatrice di valori, convinzioni, abitudini differenti, e per come percepisce e decodifica la sua realtà. L’assenza del giudizio sul modo di essere, rende chi vive una situazione difficile o una condizione di disagio, più disponibile al confronto rispetto ad alcuni comportamenti o atteggiamenti disfunzionali, come anche a valutarne un possibile cambiamento[15].

L’empatia, una delle principali life skills, si traduce nella capacità di ascoltare l’altro cercando di cogliere l’esperienza narrata attraverso i suoi parametri di lettura; cercando di contattare le emozioni per come egli le sente e le percepisce momento per momento, senza però mai perdere la propria identità professionale. In altre parole, agire questa abilità nella relazione d’aiuto vuol dire per il counsellor cercare di osservare il modo in cui il cliente vede il mondo e percepisce sé stesso, come se lo guardasse attraverso gli occhi del cliente. Significa entrare nello schema di riferimento dell’altro mettendosi nei suoi panni, contattando i suoi vissuti emozionali come se fossero i propri; mantenendo, però, sempre presente la propria identità. Il filtro cognitivo del “come se” tutela dall’allagamento emozionale che porterebbe il counsellor a perdersi nel mare emozionale del cliente o a proiettare su di lui i propri sentimenti.

Agire l’empatia significa mostrare a chi si sta raccontando, che siamo li, con lui, disponibili e interessati ad ascoltarlo e comprenderlo in modo non giudicante e libero da aspettative, semplicemente per accompagnarlo nell’esplorazione del suo problema: dei pensieri, sentimenti, emozioni e bisogni che lo colorano. In tal modo il cliente può comprendere più pienamente sé stesso e agire di conseguenza. Rogers a proposito di empatia dice: “Quando qualcuno capisce come sento e come penso di essere, senza volermi analizzare o giudicare, allora sento di potere, in una tale atmosfera, aprirmi a crescere.[16]

Abilità di comunicazione

Essendo il counselling una relazione di aiuto che si basa essenzialmente sul dialogo tra consulente e il cliente, oltre alle competenze legate al modo di essere del counsellor, per facilitare il cambiamento risultano importanti anche determinate skills di comunicazione. Esse sono:

  • attending;
  • ascolto attivo;
  • comunicazione in prima persona (autorivelazione e confronto);

Attending è un termine utilizzato nel mondo anglosassone per indicare tutte le componenti non verbali della comunicazione del counsellor con il suo cliente. Utilizzare tale competenza in modo efficace vuol dire essere intenzionati e motivati a dare la piena attenzione a ciò che la persona dice e fa, tenendo nella giusta considerazione tanto i contenuti verbali quanto il linguaggio del corpo, i silenzi e le pause nella conversazione. Mantenere, durante il colloquio, una postura rilassata, il contatto oculare costante con il cliente, un tono di voce adeguato, e accompagnare la narrazione con cenni di conferma, sono importanti indicatori del coinvolgimento del counsellor verso il fluire dell’esperienza del cliente.

Ricevendo questo tipo di feedback, la persona che parla sarà facilitata e quindi descriverà la situazione problematica di cui è protagonista più apertamente e onestamente. Sentendosi rispettato e