Resilienza. Scopriamone di più.

Resilienza. Scopriamone di più.

Imprevisti, cambiamenti, crisi, sfide sono ingredienti fondamentali della vita di ciascuno di noi. Crescere, realizzare sé stessi, i propri sogni vuol dire attraversare errori, sperimentare fallimenti, superare ostacoli.

Prenderne atto è il primo passo per farvi fronte; una rete di salvataggio senza la quale rischieremmo di soccombere alla prima occasione. Carl Rogers la chiamava “Tendenza attualizzante”, la spinta intrinseca di ogni organismo a realizzarsi, conservarsi e migliorarsi.

Sto parlando di resilienza.

Che cos’è?

Un costrutto che interessa più discipline scientifiche: metallurgia, biologia, fisica, ingegneria, medicina, neuroscienze, psicologia e molte altre ancora.

In generale, prendendo spunto dalla sua etimologia (dal latino “resalio”, rimbalzare), possiamo identificare la resilienza come la capacità della materia vivente di conservare la propria struttura dopo essere stata sottoposta a pressioni ambientali, ripristinando l’equilibrio precedente.

In pratica?

Avete in casa una spugna? Andate a prenderla.

Bene, trattatela male! Schiacciatela, storcetela, tiratela, accartocciatela!

Fatto? Ora lasciatela andare e osservate il suo comportamento. Cosa è successo alla vostra spugna? Molto probabilmente, nel giro di poco tempo, avrà recuperato la forma che aveva prima che voi la sottoponeste a stress. La spugna è un materiale resiliente. Se aveste fatto la stessa cosa con un foglio di carta o un’attache, il risultato sarebbe stato molto diverso.

E quando si tratta di persone?

Bambino o adulto che sia, la resilienza dell’essere umano consiste nella capacità di prendere coscienza della difficoltà, dello stress, del trauma che si sta vivendo; tollerare la frustrazione che ne deriva, per fronteggiare al meglio la situazione al fine di ripristinare, migliorandolo, l’equilibrio bio-psico-sociale precedente.

genitore che lavora da casa

Cioè?

Se sono un bambino, dover fare i compiti a casa può essere un fattore di stress in quanto i miei insegnanti e i miei genitori mi chiedono di fare una cosa che io non so fare e di farla bene. Avere l’opportunità di stare davanti al mio quaderno senza sapere cosa fare, mi consentirà di contattare la frustrazione legata al senso di inadeguatezza. Le mie emozioni mi aiuteranno a prendere coscienza di non sapere e di non saper fare, attivando la mia resilienza al fine di uscire dalla situazione di crisi e abbassare i livelli di stress. Se l’ambiente è facilitante, ne uscirò fortificato, quanto meno per aver ampliato le mie conoscenze.

Se sono un adulto alle prese con lo smart working, improvviso e prolungato dovuto ad una pandemia, sarò sottoposto ad alti livelli di stress legati alla gestione del cambiamento delle abitudini di vita e di lavoro. Sentire il disagio mi aiuterà a rendermi conto del problema in atto. La mia resilienza mi porterà a chiedermi che cosa posso fare, attivandomi ad agire comportamenti funzionali per ritrovare un nuovo equilibrio.

bambino che fa i compiti

Resiliente si nasce o si diventa?

La resilienza è presente in potenza in tutti gli esseri umani fin dalla nascita. Non è, però, un tratto stabile di personalità. Si tratta di una vera e propria abilità, il cui sviluppo è legato al sano sviluppo bio-psico-sociale della persona. Essa deve essere educata ed allenata nel corso di tutta la vita.

In presenza di una crisi o evento stressante – acuto o cronico che sia – ciò che determina la qualità della nostra resilienza è, infatti, la qualità delle soft skills personali e dei legami costruiti e rafforzati fino ad allora.

Essere resiliente significa:

  • essere consapevoli dei propri attuali bisogni e dei propri limiti;
  • saper riconoscere e stare con le emozioni che si provano momento per momento;
  • Avere un focus di valutazione interno e fidarsi di potercela fare di fronte alle difficoltà – vederle come una componente inevitabile della vita, ma transitoria, circoscritta e dovuta al concorso di più fattori;
  • essere capaci di autoregolare il proprio comportamento, tollerando la frustrazione e differendo la gratificazione del qui-ed-ora per perseverare nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Educare alla resilienza è importante quanto essere resilienti!

Che io sia genitore, insegnante o team leader le mie scelte avranno l’effetto di facilitare o ostacolare la resilienza delle persone che a me fanno riferimento.

Se costruisco un’ambiente relazionale facilitante, mio figlio, il mio studente, il mio team avrà l’opportunità di sperimentare e allenare la sua resilienza, rafforzandola esperienza dopo esperienza.

Riprendiamo l’esempio di prima.

Se sono il genitore di quel bambino che è in difficoltà con i compiti a casa, lo educherò alla resilienza ogni volta che riuscirò a fidarmi della sua capacità di tollerare il senso di inadeguatezza e la frustrazione di fronte al quaderno. Quando confido che lui/lei, con i suoi tempi e con le sue emozioni, riuscirà ad attivare la competenza di problem solving e trovare il suo personale modo di uscire dalla difficoltà, gli starò dando l’occasione di attivare la sua abilità. Per fare questo devo essere disposto a mettere il mio bisogno di “bravo” genitore, in secondo piano rispetto al suo bisogno di crescere e realizzare sé stesso. Devo essere io, per primo, capace di tollerare la mia frustrazione rispetto all’incompetenza di mio figlio. Devo essere capace di non sostituirmi a lui facendo il compito al suo posto o suggerendogli cosa deve fare. Devo, piuttosto, stare al suo fianco, sostenendolo, nell’attesa che sia lui a trovare la sua soluzione al problema (che detto tra noi è perfettamente calibrato per la sua età).

In sostanza, la vita quotidiana con le sue piccole e grandi sfide, con gli imprevisti, gli errori, le occasioni di confronto e conflitto ci offre mille occasioni per educare alla resilienza noi stessi e le persone con le quali viviamo e lavoriamo. Non abbiamo che l’imbarazzo della scelta.

Oltre a ciò, per educare alla resilienza è possibile creare dei contest formativi ad hoc – come seminari, corsi, laboratori – e mettere a disposizione libri e riviste. Teniamo presente, però, che la resilienza non si apprende in teoria, ma si pratica nel quotidiano.

Concludo questo breve articolo con le parole di C. S. Lewis:

“Le difficoltà spesso preparano le persone normali ad un destino straordinario”.

#IOUSOBENEILMIOTEMPO

#IOUSOBENEILMIOTEMPO

Facilitiamo i nostri figli a vivere un tempo di qualità

C’è chi, come David Allen, decide di scriverci un libro e farne il business della vita. Ci sono aziende grandi e piccole che investono in programmi di formazione per le risorse umane. Chi sviluppa software e applicazioni; chi scrive articoli; chi organizza convegni. Il Time management è un tema di grande interesse e attualità. 

Partito nell’ambito professionale come strumento per ottimizzare la produttività, l’interesse per l’abilità di organizzare il proprio tempo ha investito oggi la dimensione privata in quanto riconosciuta fondamentale per una vita di qualità.

Essendo un trainer esperto nel potenziamento delle soft skills, mi è capitato spesso di condurre corsi sulla “Time management” per aziende grandi e piccole. 

Interessante! Vorrei , ma non posso. Non ho tempo… 

Molte delle persone che ho incontrato, sebbene lamentassero scontento per il loro abituale modo di gestire gli impegni e manifestassero interesse verso i nuovi strumenti proposti, hanno dichiarato una difficoltà/impossibilità ad implementarli nel quotidiano a causa – appunto – “del poco tempo disponibile”.

Oggi, 13 marzo 2020, ai tempi del Corona Virus abbiamo tutti un sacco di tempo a disposizione. Quale migliore occasione per allenare questa competenza così importante per il nostro successo personale e professionale? Che splendida opportunità per insegnare ai nostri figli come utilizzare al meglio tale abilità!

Per insegnarla alla prole, infatti, dovremo prima di tutto agirla noi 🙂  Il modelling è una delle strategie pedagogiche più potenti ai fini dell’apprendimento significativo.

Il punto è: come?

Qual’è il modo migliore per farlo?

Se veramente vogliamo facilitare nostro figlio nell’apprendere come organizzare il tempo disponibile, la prima cosa da fare è mettere al centro il bambino/ragazzo. Quanti anni ha? Quali sono i compiti evolutivi e le competenze tipici della sua fase di sviluppo? Cosa lo interessa? Qual’è il codice di linguaggio che meglio comprende?

Il secondo passo consiste nel predisporre un ambiente di apprendimento sicuro, all’interno del quale il nostro apprendista possa muoversi in totale libertà. In questo modo potrà fare esperienza diretta con l’oggetto di apprendimento: il tempo. 

La sicurezza va intesa in senso biologico, affinché tuteli bioritmi e salute: ciclo sonno/veglia; alimentazione; igiene e simili. È opportuno, però, che l’ambiente di apprendimento sia sicuro anche da un punto di vista psicologico e relazionale. Va mantenuto, cioè, libero dal giudizio così che al suo interno nostro figlio possa sentirsi sollevato dall’ansia da prestazione, accettato per la sua incompetenza, rispettato per le emozioni che prova. Il nostro ruolo, per dirla alla Bolby (1989, Raffaello Cortina Editore) funziona se è quello di fornirgli una base sicura dalla quale essere sostenuto nella generazione di idee originali e nella loro applicazione; con la quale condividere l’entusiasmo e l’orgoglio per i successi; grazie alla quale trovare conforto e contenimento per le emozioni legate a errori e fallimenti.

Facciamo degli esempi concreti.

Se nostro figlio/a è un bambino molto piccolo (0-6 anni) sarà importante dividere la giornata in sezioni, chiaramente riconoscibili grazie a vere e proprie routine. Potremo, ad esempio individuare spazi temporali dedicati al sonno, ai pasti, all’igiene, al gioco e utilizzare dei semplici rituali per aiutare il bambino a comprendere il passaggio da una situazione all’altra. Se i primi 3 momenti, in questa fascia di età, è vantaggioso siano gestiti dall’adulto, nello spazio temporale dedicato al gioco potremo sicuramente fidarci che il/la bambino/a sarà in grado di decidere quanto tempo dedicare ad un’attività piuttosto che ad un’altra.

Se ci relazioniamo con un adolescente (11 – 25 anni) le cose cambiano. Tolti alcuni momenti di attività condivise dall’intera famiglia, per i quali la gestione del tempo è necessariamente etero-determinata, in questo caso nostro figlio è pronto (anche da un punto di vista neurologico) ad imparare come organizzare la sua giornata-settimana-agenda. 

Molto probabilmente all’inizio sarà spaesato dall’abbondanza del tempo a disposizione e – soprattutto – dall’assenza di indicazioni-consigli-ordini-giudizi. Secondo il principio di attacco/fuga, potrebbe tentare di riempirlo in modo compulsivo di tutte le cose che gli passano per la testa; oppure aggrapparsi disperato alle vostre caviglie implorandovi di dirgli cosa deve fare. Altra concreta possibilità è che lui resti immobile, impantanato nel tempo disponibile, arenato su un letto o su un divano, con lo sguardo perso nel vuoto o nello schermo di un attrezzo elettronico.

In tutti questi casi il vostro ruolo è determinante! 

Accrescerete in lui/lei autostima e autoefficacia se sceglierete di “stare senza intervenire” fattivamente. Inviategli, piuttosto, concreti messaggi di fiducia sulle sue competenze. Messaggi centrati soprattutto sul non verbale e congruenti tra ciò che dite e come agite.

Certo la sfida è sospendere il vostro giudizio; gestire le vostre emozioni. Frustrazione, fastidio, noia, disappunto, preoccupazione, delusione, ansia, gelosia, invidia, rabbia: qual’è la vostra? Io ce l’ho tutte!!!

La parola d’ordine è FIDUCIA. 

Fidatevi che contattare la noia, aiuterà la persona che amate di più al mondo e che volete aiutare a diventare adulta ad attivare pensiero laterale e problem solving. Fidatevi che quell’essere è un essere resiliente fatto per autorealizzarsi e relazionarsi positivamente con gli altri. La sua natura lo porterà fisiologicamente a non tollerare, oltre un certo limite, la frustrazione legata al vuoto. Si attiverà per riempirlo, quel vuoto. Magari guardandosi intorno si accorgerà di voi, incuriosito vi prenderà a modello. Se si fida che non lo giudicherete, che non tenterete di togliergli potere, potrebbe avvicinarsi e chiedere il vostro aiuto. 

Aiuto? A me? E adesso che faccio?

Potrei rispondere: “ Te l’avevo detto!” pensando “Non aspettavo altro” – con un ghigno soddisfatto e giudicante. Risultato? Avrò mandato in fumo tutto il lavoro fatto.

Meglio utilizzare il tempo che abbiamo a disposizione per prepararci all’evento.

Leggi #giococoniltempoperimparareagestirlo

Genitori Efficaci in 4 mosse

Genitori Efficaci in 4 mosse

 

 

 

 Come costruire una relazione efficace e duratura con i propri figli

 

 Da quando sono diventata mamma non passa giorno senza che io riprometta a me stessa di impegnarmi al massimo per essere utile a mio figlio Gabriele. Per riuscire, cioè, a fare/dire le cose “giuste” per sostenerlo nel suo percorso di crescita verso la maturità ed aiutarlo ad apprendere comportamenti e valori utili a superare con successo le piccole e grandi sfide quotidiane.

 

 Cuoca, cameriera, tuttofare, autista, bodyguard, consigliera, coach, estetista, bancomat, velocista, multitasking…

 

 … sono soltanto alcuni degli svariati ruoli che interpreto nell’arco delle ore giornaliere nel tentativo di essere la “mamma perfetta”.

 

 Risultato?

 

 Mi ritrovo spesso a provare una sensazione di inadeguatezza.

 

 Uno spiacevole, leggero, sottile, latente senso di colpa. A volte legato all’incertezza: avrò fatto le scelte giuste? Altre volte dovuto all’idea di non aver fatto abbastanza; che avrei potuto fare di più; impegnarmi di più. Per non parlare poi delle situazioni in cui mi rendo conto di aver agito comportamenti e scelto parole contrari ai miei valori.

 

In effetti nutro nei confronti di me stessa precise aspettative: in quanto persona in generale e come mamma in particolare.

 

L’obiettivo in qualità di genitore, è Fare la differenza! “essere capace di arrivare al risultato”: che, nello specifico consiste nell’aiutare Gabriele a realizzare pienamente sé stesso come individuo e come membro di una comunità. Intendo essere per mio figlio, una persona significativa: per la sua crescita e per il suo apprendimento. In poche parole: voglio essere un genitore efficace.

 

Ma, quali caratteristiche deve avere un genitore efficace?

 

Rispondo a questa domanda facendo riferimento a quanto raccomandato dal dr. Thomas Gordon nel suo famoso metodo Parent Effectiveness Training. Un metodo educativo i cui effetti positivi sulla crescita dei ragazzi e sulla qualità della relazione famigliare sono ben documentati da numerosi studi sul campo svolti in tutto il mondo.

 

Secondo questo metodo, noto in Italia come Genitori Efficaci, un genitore può dirsi tale quando:

 

  •  Aiuta il figlio alle prese con una difficoltà, lasciando a lui la responsabilità di trovare la soluzione;
  • Si confronta in modo autentico con il comportamento del figlio quando è inappropriato o disfunzionale
  • Risolve i problemi con equità, applicando la filosofia del “vincere insieme” per risolvere i conflitti famigliari
  • Condivide i suoi valori nel pieno rispetto di quelli degli altri.

 

 

    Vediamo queste 4 competenze nel dettaglio.

     

    Il genitore efficace aiuta il figlio a trovare la sua soluzione.

     

    Il sogno della maggiorate dei genitori che ho incontrato nel corso dei 15 anni di attività professionale sul campo (me compresa!), è fare in modo che il proprio figlio sia sempre sereno e non debba mai incontrare difficoltà o problemi di sorta.

     

    Pura illusione. Tra l’altro immaginate quanto sarebbe noiosa la vita se non incontrassimo mai situazioni difficili con cui confrontarci o ostacoli da superare.

     

    Eppure sovente mi capita di vedere un genitore intervenire al parco giochi per quietare una lite tra bambini che non vogliono cedere il posto sull’altalena, o condividere un giocattolo. Quanto spesso leggo nelle chat scolastiche, messaggi di mamme che si informano su quali e quanti compiti assegnano maestre e professori. Quante volte osservo genitori scrivere e inviare curricula con l’intento di aiutare il proprio figlio a trovare lavoro.

     

    Ogni volta che, spinti da buoni propositi, sgombriamo dagli ostacoli il percorso dei nostri ragazzi, ogni volta che indichiamo la strada da prendere o ci sostituiamo a loro nel risolvere un conflitto, li rallentiamo privandoli dell’opportunità di allenare la competenza decisionale facendo esperienza con il limite, la difficoltà, l’errore e tutte le emozioni che l’accompagnano.

     

    Quando, piuttosto, scegliamo di fidarci del loro potere personale, della capacità che hanno di apprendere dall’esperienza e di attivare le abilità di self-efficacy e problem solving, allora succede che i nostri figli sviluppano autonomia fortificando il senso di autoregolazione e di responsabilità verso le scelte che compiono.

     

    Qual’è, allora, il ruolo del genitore? Dovremmo forse, abbandonarli a loro stessi?

     

    Un genitore efficace, afferma Thomas Gordon, in tali occasioni è autenticamente interessato e disponibile ad ascoltare il proprio figlio con attenzione e partecipazione. Un ascolto che nasce dal rispetto profondo per le emozioni che il ragazzo prova. Un ascolto libero dal giudizio, che si da come obiettivo “facilitare l’altro a prendere consapevolezza dei propri bisogni, valori e aspettative” e – in base a quelli – individuare la soluzione migliore a breve, medio e lungo termine.

     

    Thomas Gordon chiama questo stile Ascolto Attivo e ne da una descrizione dettagliata nel libro Genitori Efficaci, edito da La Meridiana.

     

    Il genitore Efficace sa confrontarsi in modo autentico.

     

    Oggi Gabriele ha 18 anni.

     

    Fin da quando cercavo di dirgli a che ora andare a letto, come e quando mangiare, lavarsi, giocare, non è mai stato semplice insegnargli regole o aiutarlo ad apprendere abitudini funzionali al suo benessere. Spinto dai compiti di sviluppo, non ha fatto sconti, dandomi filo da torcere con i suoi numerosi NO e tentativi di forzare il limite.

     

    Quando aveva circa tre anni, mi sentivo scoraggiata e disorientata. Le cose non andavano come previsto! Ero indignata con me e intimorita dal giudizio altrui.

     

    Caso volle che per motivi professionali frequentai un corso Effectiveness Training nella versione dedicata agli insegnanti (corso accreditato al MIUR e valido per la Legge 107). Provai ad applicare con mio figlio gli strumenti di comunicazione assertiva, suggeriti dal metodo e FUNZIONAVANO! Mi accorsi che parlare a Gabriele utilizzando gli I-Message, lo aiutava non solo ad apprendere, ma soprattutto a comprendere e fare suoi quei comportamenti che io volevo che adottasse. Conoscere il metodo Genitori Efficaci mi ha ridato fiducia come mamma! Mi ha fatto sentire meglio con me stessa. Meno spaventata di sbagliare. Tanto che ho deciso di condividerne la conoscenza con altri genitori diventando Gordon Trainer IACP.

     

    La dimensione educativa è una componente fondamentale dell’identità genitoriale. I bambini alla nascita sono completamente dipendenti dalle figure adulte di riferimento per soddisfare i loro bisogni di sopravvivenza, sicurezza, relazione e realizzazione. Crescerli sani vuol dire accompagnarli in un percorso verso una sempre maggiore capacità di scegliere e agire autonomamente comportamenti funzionali al benessere. La strada verso l’indipendenza è tanto più agevole e lineare, quanto più il genitore sa costruirla su un sistema di regole che rappresentano per il figlio limiti chiari e indicazioni di comportamento all’interno dei quali muoversi, esplorare, sbagliare e apprendere.

     

    Un genitore efficace condivide con il figlio quali comportamenti ritiene appropriati nei differenti contesti e momenti della quotidianità, scegliendo uno stile di comunicazione chiaro e comprensibile. Comunica regole, limiti e conseguenze con un linguaggio in prima persona, congruente tra verbale e non verbale. Costruisce frasi scegliendo con cura parole e atteggiamenti capaci di generare nella relazione emozioni gratificanti che hanno un alta probabilità di costruire intorno alla regola, consenso e fiducia.

     

    Quando il figlio agisce in modo inappropriato, un genitore efficace sa confrontarsi in modo autentico. Con assertività, invia al figlio un messaggio che descrive dettagliatamente il comportamento disfunzionale; quali emozioni quell’agito suscita nel genitore e perché. In linea con l’obiettivo di promuovere e rafforzare il senso di autoregolazione e responsabilità del bambino/ragazzo, tale messaggio di confronto non contiene giudizi sulla persona che ha sbagliato ed ha una bassa probabilità di mettere a rischio la relazione.

     

    Il genitore efficace risolve i conflitti con equità.

     

    Quando una relazione tra 2 o più persone è breve e di scarsa importanza per chi ne è coinvolto, è possibile che non si verifichino contrasti o conflitti durante il suo corso.

     

    La relazione genitore/figlio – come del resto in generale tutte le relazioni famigliari – è di lunga durata e implica un grande coinvolgimento sentimentale per i protagonisti.  In una relazione di questo tipo le differenze, legate all’età e ai bisogni evolutivi, ai valori, alle aspettative in base al ruolo, spesso si traducono in divergenze di opinioni. Quando la relazione è sana e fondata su un clima di fiducia e di rispetto reciproco, le persone si sentono libere di sostenere il proprio punto di vista attivando il confronto.

     

    Il punto non è evitare l’esperienza del conflitto, ma gestirlo costruttivamente così da renderlo generativo di opportunità di crescita ed evoluzione per la relazione stessa.

     

    Mi piace pensare a mio figlio Gabriele come ad un coach che, confrontandomi su decisioni e limiti, mette alla prova i miei valori e le mie convinzioni con il risultato di rafforzare in me le abilità di relazione e risoluzione dei conflitti. Allo stesso tempo lui stesso affina le sue competenze relazionali e di gestione dei conflitti grazie ai miei NO che lo aiutano a crescere 😉 Ogni volta che succede ne usciamo rafforzati, consapevoli che continuiamo ad amarci pur nelle nostre differenze e che è possibile – anche se tanto, tanto difficile – trovare una soluzione che piaccia ad ad entrambi.

     

    Spesso, però, ci succede che il confronto si trasforma in un vero e proprio conflitto dove uno dei due vuole, tenta, cerca di vincere sull’altro; di portare a casa il risultato. Di solito la spunta chi ha più potere; ma la verità è che ci stiamo male entrambi. Proviamo malumore, delusione, scontento, senso di inadeguatezza, rimorso, rivalsa, frustrazione. Una serie di emozioni, insomma, che generano disagio tanto in me quanto in Gabriele.

     

    Capita anche a voi?

     

    Il genitore efficace, dice Gordon, usa il conflitto come opportunità per il figlio di fare esperienza e apprendere la gestione costruttiva di situazioni critiche che coinvolgono più persone. Egli si assume in pieno la responsabilità della ricerca di una soluzione equa che tenga conto dei bisogni e dei valori di tutti i familiari coinvolti. Non delega tale responsabilità al figlio, ma si erge a modello di comportamento per coltivare e trasmettere il valore della cooperazione e dell’alleanza.

     

    Uso del potere, evitamento, compromesso, negoziazione, sono alcune delle più note conflict resolution skills. Ognuna di queste è fondata sulla competizione tra i soggetti coinvolti, visti – possiamo affermare a scopo esemplificativo – come io/tu. L’apprendimento che passa è una certa diffidenza nella relazione in quanto, in caso di discordia, sarà chi è più forte o più capace a vincere sull’altro; al quale non resta che adattarsi o sopportare. Adattamento e sottomissione sono due condizioni che hanno come effetto a medio lungo termine malessere e distress. Essendo la relazione genitore figlio, una relazione a lunghissimo termine, utilizzare troppo spesso tali tecniche inquina il clima famigliare e incrina l’alleanza.

     

    Vale la pena rischiare?

     

    Gordon nel suo Genitori Efficaci (2006, La Meridiana) propone come tecnica di risoluzione del conflitto un metodo basato sulla filosofia del vincere insieme. Noto in tutto il mondo come WIN-WIN, consiste nell’uso della tecnica del problem solving come corsia preferenziale per trovare una soluzione al conflitto. Partendo da una relazione di fiducia fondata sull’alleanza educativa tra genitore e figlio, l’Autore afferma che ogni qual volta due persone entrano in contrasto perché reciprocamente il comportamento dell’uno minaccia la soddisfazione di un bisogno per l’altro, è possibile “cercare fino a trovarla” una soluzione che sia pienamente soddisfacente per entrambi.

     

    Il genitore, essendo l’adulto, assume si di sé la responsabilità del buon esito dell’esperienza. Egli usa l’ascolto attivo per comprendere profondamente i bisogni e i valori del figlio, verificando il suo intendimento. Comunica utilizzando una comunicazione assertiva, chiara e congruente, mai giudicante, i propri bisogni e valori al figlio, assicurandosi che li abbia effettivamente compresi. Facilita il bambino/ragazzo – e contribuisce – a immaginare creativamente soluzioni originali al problema. Coinvolge direttamente il figlio nella valutazione e nella scelta della soluzione migliore, progettandone la messa a terra e stabilendo criteri di verifica dell’efficacia.

     

    Ogni volta che come mamma ho seguito questi 6 passaggi, mi sono presa il potere di trasformare il conflitto in un’esperienza gratificante che ha avuto come effetto educare Gabriele all’empatia, al rispetto reciproco e alla cooperazione.

     

    Il genitore efficace condivide i suoi valori nel rispetto di quelli degli altri.

     

    Sto scrivendo questo articolo in un particolare momento storico. È il tempo del COVID-19. Una fase in cui le società occidentali moderne fondate sui valori dell’individualismo, dell’interesse privato e del massimo guadagno, si trovano ad aver bisogno del senso di responsabilità sociale, della capacità empatica di interesse verso l’altro e della volontà di cooperazione per sconfiggere un virus sconosciuto in una corsa contro il tempo.

     

    Io sono cresciuta coltivando valori cristiani come la condivisione, il bene comune, il rispetto reciproco, la fiducia nell’essere umano. Non è casuale che mi sia formata nell’ambito dell’Approccio Centrato sulla Persona di Carl Rogers. Non è fortuito che io abbia scelto di costruire le mie relazioni e comunicare con il metodo Gordon, piuttosto che con altre filosofie come la Programmazione Neuro-linguistica (PNL). Non è affatto difficile per me accogliere con rispetto e serietà le richieste del Presidente del Consiglio Dei Ministri quando ci coinvolge invitandoci all’autoregolazione e al cambiamento delle abitudini per il bene comune.

     

    Non posso dire lo stesso per Gabriele: 18 anni; nel pieno della seconda adolescenza, fase durante la quale il bisogno di relazione in generale e con il gruppo di pari in particolare è prioritario. Momento della crescita in cui l’affermazione del sé è la via maestra per costruire l’identità adulta e passa per il contrasto all’autorità e il superamento del limite.

     

     

    Gabriele, cresciuto in una società per la quale essere narcisisti è normale (nel senso statistico del termine); in una cultura fondata sulla prestazione e la competizione.

     

    Per Gabriele non è semplice. Non capisce. È arrabbiato, diffidente, offeso, frustrato, disorientato. Noi adulti gli stiamo chiedendo di fare un salto, senza paracadute, dall’IO al NOI.

     

    Noi? Che vuol dire noi? Chi siamo noi?

     

    Siamo di fronte ad una divergenza di valori. Inconsapevole, lui – consapevole Io. Cosa fare?

     

    Potrei mettermi in cattedra e moralizzare enunciando i principi cristiani, facendolo sentire inadeguato e in colpa per la sua superficialità …

     

    Cosa otterrei?

     

    Il genitore efficace, condivide i suoi valori nel pieno rispetto di quelli degli altri:

    • agendo lui stesso secondo quei valori;
    • ponendosi come modello e garante della bontà di quei valori;
    • insegnandone le ragioni, i presupposti e dimostrandone i risultati;
    • rendendosi disponibile come consulente per facilitare il figlio a scegliere liberamente i suoi valori;
    • ascoltando con comprensione ed empatia il figlio, fiducioso che lui saprà fare la scelta giusta.

    Per concludere, un genitore efficace ha nel suo repertorio queste 4 competenze. Forse possono sembrarvi complicate da mettere in pratica. Per esperienza personale, posso dirvi però, che i risultati positivi che si raccolgono nella ménage familiare sono più che sufficienti a motivarci verso il cambiamento di abitudini comunicative facilitando il passaggio dai metodi tradizionali di aiuto e confronto a stili che funzionano di più.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Quando accettare i figli significa aiutarli a crescere sereni

    Quando accettare i figli significa aiutarli a crescere sereni

    Che una mamma o un papà accettino i propri figli per le persone che sono può sembrare scontato. Bambini, adolescenti o giovani adulti … … succede però che i nostri figli si comportino a volte in modi che ci sorprendono; che non ci aspettiamo; che reputiamo sconvenienti; poco funzionali al contesto; non in linea con i principi educativi che cerchiamo di insegnare loro. In questi casi i sentimenti che contattiamo sono di disappunto, rabbia, imbarazzo, fastidio e simili.

    Cosa succede allora? Provare questi sentimenti significa forse non accettarli?

    In realtà ciò che proviamo non è rivolto alla persona di nostro figlio. Il sentimento di non accettazione è suscitato dal singolo comportamento che – in quel momento e in quel contesto – Egli sta mettendo in atto. Provare quelle emozioni e contattarle – ossia essere consapevoli di ciò che sentiamo – è un’abilità fondamentale che sarà opportuno coltivare se vogliamo essere un genitore efficace! Tale abilità fa parte della nostra intelligenza emotiva (Gottman, 1997) e ci permette di: accorgerci che nostro figlio agisce un comportamento inefficace al suo benessere bio-psico-sociale; segnalargli che ciò che sta facendo non funziona; proporre un modello di comportamento socialmente accettato e funzionale al soddisfacimento del suo reale bisogno. Accettare i nostri figli, infatti, non significa accettare qualsiasi loro comportamento. Vuol dire, piuttosto, accettarli per ciò che sono. Significa accogliere i loro bisogni, i sentimenti che provano, i valori che orientano le loro scelte, il loro modo di interpretare la realtà quotidiana. Non significa certo accettare passivamente comportamenti inadeguati o socialmente sgraditi. Facilitare i figli a sostituire comportamenti disfunzionali con abitudini comportamentali sane è, anzi, uno tra i compiti fondamentali di una genitorialità efficace.

    Come si fa?

    L’accettazione o il rispetto profondo (Rogers, 1969; 1980) per il loro modo di essere è una condizione necessaria se vogliamo costruire e mantenere una relazione genitoriale di qualità attraverso la quale agire la nostra funzione educativa. La promozione della crescita dei nostri figli e del loro apprendimento di abitudini comportamentali funzionali al benessere proprio e della comunità di appartenenza (famiglia, gruppo dei pari, scuola, organizzazione professionale) (Zucconi, 2003), passa attraverso un rapporto di qualità. Un’alleanza educativa, cioè, nell’ambito della quale il genitore usa le proprie conoscenze, competenze e abilità di relazione e comunicazione per valorizzare al massimo le risorse personali del proprio figlio. Quando la relazione beneficia dalla componente dell’accettazione, il figlio attiva un processo di cambiamento che lo porta, passo dopo passo, ad assumersi pienamente la responsabilità delle scelte che compie in vista della propria realizzazione; ad usare l’empowerment per il proprio benessere, che in nessun caso prescinde dal benessere del suo ambiente di vita.

    Ma, cosa significa accettare?

    Una cosa è provare sincera accettazione per il modo di essere dei figli; ben altra cosa è far loro sentire che li stiamo accettando. Questa variabile avrà una concreta influenza sui nostri ragazzi soltanto se e quando il sentimento di accettazione sarà per loro riconoscibile, chiaro e percepito come autentico. Infatti, non si può mai avere certezza di essere accettati da qualcun altro finché quest’ultimo non lo dimostra attivamente attraverso la comunicazione non verbale e verbale. Di contro, la maggior parte dei genitori tende a dare per scontata tale variabile; a considerare l’accettazione come una componente passiva della relazione famigliare: uno stato mentale, un’attitudine, un sentimento. In effetti l’accettazione è una qualità che appartiene al genitore in quanto persona, ma, affinché abbia un effettiva influenza sull’altro, deve essere comunicata attivamente. (Gordon Training International, 2018)

    Cosa serve per comunicare attivamente accettazione?

    I professionisti della relazione di aiuto sono ben consapevoli del fatto che l’accettazione sia una qualità necessaria all’efficacia del ruolo di helper. Counsellor, insegnanti, assistenti sociali investono anni e risorse nell’apprendimento e potenziamento delle abilità di comunicazione efficace necessarie a dimostrare accettazione ai loro clienti. Si tratta, sostanzialmente di integrare nelle proprie abituali e spontanee strategie comunicative, determinate modalità che funzionano in tal senso. La maggior parte dei metodi tradizionali di comunicazione, pur andando benissimo nella quotidianità delle relazioni interpersonali, hanno un effetto disfunzionale in determinati, specifici contesti. Numerose ricerche sul campo hanno dimostrato che, quando l’obiettivo è aiutare l’altro (a superare una difficoltà, nella crescita, nell’apprendimento di nozioni, regole o valori) è efficace scegliere di utilizzare strategie di comunicazione che “certamente” hanno un effetto benefico sulla qualità del clima relazionale. Modalità non verbali e verbali, che facciano sentire le persone accolte in una dimensione interpersonale rispettosa e libera dal giudizio all’interno della quale esse possano condividere le piccole e grandi difficoltà che vivono e i loro sentimenti autentici, rafforzando il senso di fiducia e autostima. I metodi che per storia o tradizione abitualmente usiamo per comunicare, di contro in tali contesti, tendono a far sentire gli altri giudicati o inadeguati. Tale clima porta le persone (sane) ad alzare barriere difensive, a chiudersi per proteggere il loro modo di essere bloccando la crescita e il cambiamento.

    Queste competenze funzionano anche nella relazione genitore-figlio?

    La relazione genitoriale è a tutti gli effetti una relazione di aiuto. In essa, infatti, il papà e/o la mamma (helper) aiutano i figli sostenendoli nel loro percorso di crescita e apprendimento verso lo sviluppo di una personalità sana e socialmente integrata. Esattamente come un counsellor professionista sceglie con cura cosa dire con l’intento di facilitare l’empowerment del proprio cliente, un genitore sarà di aiuto o di ostacolo al proprio figlio a seconda delle dinamiche di comunicazione che decide di agire. Allo stesso modo di un professionista della relazione di aiuto, un genitore che vuole essere efficace nel proprio ruolo deve apprendere come comunicare accettazione e acquisire identiche skills di comunicazione.

    E’ possibile per un genitore apprendere skills professionali di comunicazione efficace?

    L’abilità dell’accettazione può essere appresa attraverso specifici training formativi. Il corso Parent Effectiveness Training della G.T.I., di cui “Genitori Efficaci” è la versione italiana, insegna a noi genitori come comunicare meglio con i nostri figli. Il metodo che il dr Thomas Gordon ha sperimentato 56 anni fa con un gruppo di 17 genitori, oggi è uno dei modelli più accreditati per costruire relazioni famigliari fondate su principi democratici come il rispetto reciproco e la cooperazione (Gordon, 1970). In verità, molti genitori sono capaci di comunicare accettazione ai loro figli in modo spontaneo e intuitivo. Per questa categoria, detta degli “helper naturali” (Folgheraiter, 2011), è importante: acquisire consapevolezza della qualità che posseggono al fine di utilizzarla al massimo della sua potenza; rafforzare l’abilità attraverso il suo uso costante e la condivisione/confronto con altri genitori che vivono esperienze simili. Coloro che non possiedono tali competenze possono scegliere di apprenderle. Testi, webinar, corsi di formazione, scambio peer-to-peer con altri genitori: tante sono le possibili strade da percorrere in tal senso.

    Perché scegliere “Genitori Efficaci” metodo Gordon?

    Il corso Genitori Efficaci, ispirato all’Approccio Centrato sulla Persona di Carl Rogers ha dimostrato sul campo di poter effettivamente aiutare i genitori, e chiunque si prenda cura dell’educazione di un bambino, ad utilizzare abilità e strumenti di comunicazione efficace, accrescendo in famiglia la collaborazione reciproca e la risoluzione di problemi. Il metodo Parent Effectiveness Training favorisce la costruzione e il mantenimento di relazioni efficaci tra genitori e figli. In Italia e nella Svizzera italiana l’Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona (IACP) ha l’esclusiva del metodo ed è pertanto l’unico ente autorizzato da Gordon Training International a vendere e svolgere tali corsi e a certificarne formatori. Personalmente ho acquisito la certificazione nel 2012. Da allora ho condiviso questo percorso con centinaia di genitori, il che mi ha permesso e mi permette di versificare costantemente in prima persona l’utilità del metodo. Per saperne di più clicca quì

    Note bibliografiche

    Folgheraiter F., Cappelletti P., (2011), Natural Helpers. Storie di utenti e famigliari esperti, Erikson, Trento. Gordon T., (1970) P.E.T., Parent Effectiveness Training: The Tested New Way to Rise Responsible Children, New York, Peter H. Wyden Inc.; trad. it. Genitori efficaci. Educare figli responsabili, Molfetta, La Meridiana, 2001. Gottman J., (1997), The Heart of Parenting, RCS Libri, Milano; trad. it. (2015) Intelligenza emotiva per un figlio, Milano, Rizzoli Edizioni. Rogers, C. (1969), Freadom To Learn, Colombus, Ohio, Charles E. Merrill Publishing Company; trad. it. (1973) Libertà nell’apprendimento, Firenze, Giunti Barbera. Rogers, C. (1980), A Way of Being, Colombus, Ohio, Charles E. Merrill Publishing Company; trad. it. (1983) Un modo di essere, Firenze, Martinelli. Zucconi A, Howell P. (2003), La Promozione della Salute, edizioni la meridiana, Molfetta (BA).

    Sitografia

    http://www.gordontraining.com/parenting/parents-show-acceptance/ (visitato il 3 novembre 2018 ore 18:30) http://www.gordontraining.com/who-we-are/gti-historical-timeline/ (visitato il 4 novembre 2018 ore 14:00) www.francescacoddetta.it (visitato il 4 novembre 2018 ore 15:00) www.iacp.it

    Emozionando ad Hakuna Matata: un matrimonio perfetto

    Paragrafo

    Era il 2013 quando, nel bel mezzo di un pomeriggio come tanti, passato nel mio studio a sbrigare lavoro di routine, mi chiama Antonella De Dominicis.

    Era il 2013 quando, nel bel mezzo di un pomeriggio come tanti, passato nel mio studio a sbrigare lavoro di routine, mi chiama Antonella De Dominicis.

    Ciao Francesca. Che ne dici di inserire Emozionando, tra le offerte formative che Hakuna Matata prevede per i bimbi che frequentano il nido?

    La proposta mi ha da subito entusiasmata. Portare il laboratorio esperienziale sullo sviluppo delle competenze emotive all’asilo nido coordinato e diretto da Antonella sarebbe stato fantastico!

    Fino ad allora, infatti, avevo avuto modo di condurre il percorso, in asili nido e scuole materne la cui progettualità pedagogica, si basa su approcci teorici non specificati. In scuole, cioè, il cui progetto educativo manca di indicazioni su obiettivi di apprendimento epistemologicamente coerenti tra paradigmi psicopedagogici di riferimento e metodologia applicata.

    Condurre Emozionando con i bambini delle sezioni medi e grandi dell’asilo nido Hakuna Matata sarebbe stata, finalmente, l’occasione di lavorare all’interno di un ambiente educativo costruito sugli stessi principi teorici del mio laboratorio. Un spazio di apprendimento centrato sul bambino, sul rispetto di lui come persona, sulla fiducia nelle sue innate potenzialità di crescita, di autoconsapevolezza, di autoregolazione. Un ambiente in cui la crescita biologica. psicologica e sociale del bambino è facilitata a partire dalla qualità della relazione con gli adulti di riferimento[1] come anche con il gruppo dei pari.

    è cominciato così un percorso durato 5 anni che ha coinvolto più di 70 bambini e i loro genitori. Un cammino fondato sulla collaborazione tra me in qualità di facilitatrice, Lorena, Giulia, Chiara, Michela come educatrici di riferimento dei bambini, Antonella in qualità di coordinatrice e i piccoli abitanti di Hakuna Matata, come protagonisti dell’apprendimento, insieme ai loro genitori. Un viaggio che ci ha visto esplorare, una ad una, le emozioni fondamentali per trovarle e riconoscerle dentro di noi; che ci ha visto contattare e sperimentare insieme, come singoli e come gruppo, la gioia, la tristezza, la paura, la rabbia per scoprirle negli altri intorno a noi; che ci ha visto – attraverso l’uso di un linguaggio fantastico e narrativo, di colori e disegni, di musica e movimento, di personaggi da animare – giocare e agire le emozioni per comprenderne il senso e il vantaggio ai fini del nostro benessere come individui e come comunità di apprendimento.

    Cominciamo dall’inizio: Che cos’è Emozionando?

    Emozionando è un laboratorio per lo sviluppo del quoziente emozionale (QE)[2] dei bambini che trae spunto dall’Approccio Centrato sulla Persona di Carl Rogers[3], dal metodo sulla comunicazione efficace di Thomas Gordon[4], dai principi della Play Therapy non direttiva di Virginia Axline[5] e dal famoso Kids’ Workshop di Barbara Williams[6]. Tutti questi approcci teorici sono perfettamente in linea con i principi fondanti del progetto educativo di Hakuna Matata.

    L’obiettivo del laboratorio è facilitare nei bambini il contatto con le emozioni, aiutandoli a riconoscerle in sé stessi e negli altri e a dare loro un nome. Aiutarli, poi, ad esprimere i loro sentimenti, utilizzando il linguaggio non verbale e verbale sia con i loro pari che con gli adulti di riferimento. I bambini in questo modo imparano a comunicare efficacemente riuscendo a dare soddisfazione ai loro bisogni, aumentando l’autostima e la sicurezza in sé stessi. Tutto ciò favorisce l’esplorazione dell’ambiente intorno a loro, l’espressione della creatività grazie alla quale imparano a trovare soluzioni originali alle sfide del percorso evolutivo, l’apprendimento esperienziale anche grazie al valore dell’errore.

    Come ci si riesce?

    Step n°1: reperire la materia prima!

    Trattandosi di un laboratorio per imparare a conoscere e usare “bene”[7] le emozioni, è fondamentale che i bambini si sentano sicuri di poterle esprimere “cosi come le sentono” e “cosi come lo sanno fare” durante i vari esercizi di volta in volta proposti.

    La sensazione di sicurezza è favorita da un ambiente relazionale accogliente, nel quale è possibile esprimere bisogni e sentimenti partendo dal modo in cui ognuno costruisce e decodifica la realtà. Uno spazio di apprendimento autenticamente libero dal giudizio e dal pregiudizio; fondato sulla fiducia[8] e sul rispetto di ogni singolo bambino in quanto persona capace di apprendere e di attivare risorse per risolvere i suoi problemi. Una dimensione laboratoriale che concede di sbagliare ed utilizzare l’errore a proprio vantaggio, per allenare l’abilità di autoregolazione. Un contesto reso “sicuro” dalla presenza di facilitatori dell’apprendimento attenti a non togliere potere[9] ai bimbi, bensì a rispettare i loro tempi e a facilitarli nella conquista degli strumenti con cui essere in grado di valutare i rischi per la propria incolumità, senza ledere la loro nobile voglia di lanciarsi nell’avventura della vita.

    Step n°2: predisporre il setting.

    Tenendo conto della particolare fascia di età dei bambini che incontro ad Hakuna Matata, ho costruito un ambiente di apprendimento funzionale a quanto appena espresso, basandomi su 3 coordinate:

    • la definizione di poche e semplici regole di comportamento;
    • l’allestimento di un’ambiente fisico facilitante e scevro da pericoli;
    • un’alleanza di lavoro tra le figure responsabili della facilitazione dell’apprendimento.

    In linea con gli approcci teorici di riferimento, ho individuato regole di comportamento mirate a potenziare l’innata capacità di autoregolazione dei bambini:

    1. tutti siamo liberi di essere ciò che siamo[10];
    2. prendiamoci cura di noi stessi e degli altri evitando comportamenti pericolosi dal punto di vista fisico o psicologico.

    In sostanza, invito i miei piccoli compagni di viaggio a partecipare agli esercizi nel modo che funziona di più per loro stessi: facendo, non facendo o facendo altro. Durante il laboratorio i bambini sanno di essere liberi di vivere le emozioni che provano momento per momento e di scegliere se e quando comunicarle.

    Spiego loro che non sono liberi di agire comportamenti che possono arrecare danno o disagio a loro stessi o agli altri.

    Essendo, i bambini coinvolti, di età compresa tra i 15 e i 36 mesi:

    • condivido le regole con il gruppo all’inizio del laboratorio e prima di ogni incontro. La ripetizione è utile a confermare l’esistenza del limite e assume una valenza per lo sviluppo di competenze cognitive e sociali.
    • costruisco il messaggio utilizzando il linguaggio narrativo.[11] Un linguaggio, cioè, al tempo stesso comprensibile e attraente: capace di attivare in loro curiosità, interesse e motivazione. Per rafforzare l’effetto del racconto delle regole mi avvalgo dell’aiuto di un puppet a forma di topino, morbido e vellutato al quale ho dato il nome di Mouse Mouse.

    è mia cura, inoltre, spiegare ai bambini il senso delle regole, in termini di vantaggio personale e per il gruppo e cosa succede nel caso in cui le stesse non vengono osservate. Quando i bambini si esprimono liberamente agendo comportamenti che comunicano rispetto per sé stessi e per gli altri, l’incontro procede in modo scorrevole in un clima di serenità, scoperta e divertimento. Ogni volta che un comportamento trasgredisce una o entrambe le regole, il laboratorio si blocca. è un’occasione d’oro per facilitare l’apprendimento! Mi metto in ascolto del bisogno del bambino o del gruppo, cercando di dare voce alle emozioni in gioco e di focalizzare l’attenzione sugli effetti di quel comportamento. Infine, utilizzo la comunicazione in prima persona per invitare il bambino e tutto il gruppo a considerare modalità di comportamento più funzionali. L’ascolto empatico non giudicante e la comunicazione in prima persona permettono ai protagonisti (che decidono di correre in tondo, di strappare con la forza un gioco, di mordere, menare, di urlare e così via) di sentirsi legittimati nel loro sentire scoprendo al contempo che la particolare modalità che hanno agito per dare soddisfazione al bisogno percepito non funziona perché crea malessere nella comunità alla quale appartengono; di scoprire che esistono altri modi che funzionano di più per ottenere ciò che desiderano.

    La consapevolezza delle conseguenze derivanti dal rispetto o dal non rispetto delle regole ha un’importante funzione per il potenziamento della capacità di autoregolazione, in quanto contribuisce a che i bambini interiorizzino le regole e le rispettino per scelta attiva anche in assenza dell’adulto.

    Una volta stabilite regole e conseguenze, è importante predisporre lo spazio fisico per il laboratorio: un ambiente che faciliti l’espressione autentica delle emozioni e l’apprendimento dell’autoregolazione.

    Con Antonella De Dominicis abbiamo convenuto che la sala più adatta per ospitare Emozionando sarebbe stata la stanza blu di Hakuna Matata. Le sue dimensioni sono tali da contenere i bambini (circa 10 per gruppo), me e l’educatrice di riferimento seduti in cerchio, lasciando al contempo uno spazio comodo e sicuro per i giochi di movimento. Alcuni minuti prima dell’inizio di ogni incontro, mi reco nella stanza per togliere mobili e giocattoli che normalmente la arredano. L’ambiente neutro, svuotato da fonti di distrazione, facilita la concentrazione dei bambini sulle attività di volta in volta proposte, prevenendo o limitando distrazioni e iper attivazioni comportamentali. L’atmosfera, infatti, rimane per la maggior parte degli incontri abbastanza rilassata e poco caotica.

    Questa variabile, apparentemente semplice, raramente è realizzabile nelle strutture scolastiche. Frequentemente gli arredi sono pensati per agevolare il lavoro dell’adulto, piuttosto che il naturale processo di apprendimento dei bambini. L’asilo nido Hakuna Matata, di contro, è una struttura educativa centrata sul bambino dove la disposizione degli spazi e la scelta degli arredi sono congruenti ai principi teorici a cui viene ispirata la programmazione didattica.

    Ciò ha rappresentato e rappresenta un indubbio vantaggio per il laboratorio sullo sviluppo dell’intelligenza emozionale che trova già disponibile un ambiente di per sé facilitante.

    Altro elemento, sempre relativo al setting, efficace nel dare sicurezza e contenimento, è la presenza di “costanti” lungo tutto il percorso.

    I bambini una volta invitati ad entrare, si siedono sul grande tappeto che ho precedentemente disposto al centro della stanza. Aspettano con impazienza la magia iniziale che li trasporta, con le ali della fantasia, nel mondo di Emozionando. La presenza della bacchetta magica e del puppet “Mouse Mouse”, gli occhi tenuti chiusi per creare maggiore enfasi alla situazione, accompagnano sempre questo momento introduttivo. Analogamente mantengo una ritualità alla fine di ogni sessione, invitando i bambini a tornare in cerchio per recitare, prima tutti insieme e poi a turno singolarmente, la formula magica che ci riporta nel mondo reale, caratterizzato da regole e tempistiche differenti. Nonostante spesso i bambini non riescano a rimanere in cerchio per tutto il tempo della magia, ho notato come, anche da posizioni periferiche rispetto al resto del gruppo, oppure impegnati a fare “altro”, essi fin da subito ne memorizzano la formula[12].

    I materiali per i giochi rappresentano un elemento altrettanto importante per un setting facilitante. Per il mio laboratorio sulla sviluppo del QE ho scelto oggetti:

    • il più possibile neutri, per favorire la naturale spinta creativa dei bambini;
    • abbondanti, per facilitare la capacità dei bambini di autoregolarsi sulla quantità a loro veramente necessaria per soddisfare i bisogni di conoscenza e divertimento.[13]

    Step n°3: creare alleanza

    Uno dei principali compiti evolutivi della prima infanzia è la costruzione dell’identità del proprio sé. Dato che l’io si definisce grazie al tu, le interazioni con gli altri significativi influenzano il nostro modo di essere. I bambini, cioè, costruiscono la loro immagine di sé, per ampia parte, in forza di come quella viene loro rimandata dagli adulti di riferimento:[14] più sperimentano accoglienza, calore, autenticità, empatia, tanto più rafforzano abilità fondamentali per la vita[15] come la consapevolezza di sé, l’autostima, l’autoefficacia e la capacità di cercare soluzioni originali ai loro problemi, fidandosi di poter chiedere aiuto in caso di difficoltà.

    Un ambiente di apprendimento facilitante è, allora, soprattutto un ambiente relazionale di qualità; ricco di rapporti fra le persone fondati su valori quali rispetto, lealtà, cooperazione. Crescere e apprendere in un tale clima facilita nei bambini la capacità di costruire relazioni efficaci e durature nel tempo.[16] L’opportunità di osservare figure adulte mettere in atto abitudini di comportamento “che funzionano” si rivela uno strumento particolarmente efficace per l’apprendimento delle competenze emozionali e sociali. I bambini, infatti, conoscono le loro emozioni ed imparano a gestirle e comunicarle correttamente proprio grazie al rapporto con le persone significative; ciò in quanto:

    • osservare che i grandi, nella medesima situazione provano emozioni simili e altrettanto faticose da gestire, legittima le loro difficoltà sollevandoli dal senso di colpa e di inadeguatezza;
    • avere il sostegno dell’adulto nel tentativo di riuscire ad abbinare al sentimento un comportamento socialmente accettato, riduce la sensazione di solitudine e aumenta la complicità e il senso di appartenenza;
    • confrontarsi con il comportamento agito dagli adulti di riferimento favorisce l’osservazione di strategie di coping differenti che, in alcuni casi, attivano percorsi di imitazione e rimodellamento delle abitudini disfunzionali.

    Risulta, quindi, evidente come l’alleanza di lavoro tra chi facilita l’apprendimento (educatori e genitori) sia elemento essenziale per l’efficacia di qualsiasi percorso di crescita. Tanto più lo è per un laboratorio esperienziale sullo sviluppo delle competenze affettive, come Emozionando.

    Nonostante tale concetto sia ampiamente descritto dalla letteratura scientifica, nelle strutture educative dove mi è capitato di condurre il laboratorio raramente ho riscontrato la dovuta attenzione a tale fattore. Di contro, le politiche educative di Hakuna Matata riconoscono il valore dell’alleanza, declinando il concetto sia all’interno del gruppo formativo, sia nella relazione scuola-famiglia.

    D’accordo con Antonella circa l’importanza di condividere con educatori e famigliari dei bambini gli obiettivi di apprendimento e le strategie metodologiche specifiche del laboratorio da me condotto, abbiamo previsto momenti di incontro con entrambi. Tali figure avrebbero, infatti, quotidianamente, a scuola e a casa, sostenuto i bambini nel rafforzamento delle abilità emozionali apprese durante il laboratorio.

    Al fine di raggiungere l’intesa necessaria, abbiamo disegnato due itinerari paralleli: uno in linea con il sapere e il saper fare delle educatrici ed uno ritagliato sulle competenze e le esigenze dei genitori.

    Per il gruppo formativo, nel 2013, ho organizzato un briefing durante il quale ho illustrato tutti gli elementi che insieme di fatto costituiscono il laboratorio stesso: le basi teoriche, gli obiettivi di apprendimento, la metodologia didattica, gli esercizi previsti e i materiali utilizzati. Essendo, le educatrici, presenti durante i vari incontri, la cosa che mi preme di più anno dopo anno è concordare con loro un asse metodologico comune per evitare di inviare ai bambini doppi messaggi che avrebbero l’effetto di disorientarli e farli sentire inadeguati di fronte alle aspettative dell’adulto.

    Differenze individuali permettendo, l’incontro con Lorena, Giulia, Michela e Chiara è stato carico di entusiasmo e convinzione. Abbiamo condiviso quanto Emozionando si incastonasse perfettamente nelle politiche psico-pedagogiche di Hakuna Matata. Comune, era allora ed è tutt’oggi, la convinzione che il benessere delle persone dipenda da “come” sono in grado di affrontare i momenti di difficoltà che la vita inevitabilmente pone di fronte.

    I primi tre anni di crescita sono il periodo più “denso” e importante dal punto di vista dei compiti di sviluppo: si apprendono molte cose, si elaborano stati emotivi e si gettano le basi della personalità adulta[17]. Un periodo, insomma, in cui di difficoltà i bambini ne devono affrontare parecchie: alcune fisiologiche, altre legate alla storia personale. Parlare, camminare, mangiare e vestirsi da soli, addormentarsi nel proprio letto, condividere i giocattoli, accettare i NO, la nascita di un fratellino, la separazione dei genitori, cambiare casa, cambiare scuola e tanto, tanto altro ancora.

    Durante quell’incontro iniziale è stato subito chiaro – a me come facilitatrice del percorso, ad Antonella De Dominicis come coordinatrice dell’asilo nido, alle educatrici tutte, come responsabili del percorso di apprendimento, che arricchire la proposta formativa di Hakuna Matata con un laboratorio specifico per lo sviluppo delle competenze affettive, avrebbe rappresentato un’opportunità di lavorare insieme per coltivare l’intelligenza emozionale e lasciar crescere il potere personale e la resilienza dei bambini.

    Durante questi cinque anni, il gruppo formativo ha avuto anche l’opportunità di seguire percorsi di aggiornamento professionale, rafforzando abilità e competenze trasversali utili alla costruzione di una relazione di apprendimento/insegnamento di qualità. Il briefing iniziale e la formazione continua hanno posto le basi per l’alleanza di lavoro che, incontro dopo incontro, viene confermata attraverso l’esperienza condivisa sul campo con i bambini.

    Le educatrici prendono parte alle singole sessioni di Emozionando mettendosi in gioco in prima persona: partecipano gli esercizi e, così facendo, rafforzano le proprie competenze emozionali. Possono sentirsi libere di sperimentarsi autenticamente con le attività di gioco proposte, in forza del fatto che ho esplicitato inequivocabilmente come “mia” la responsabilità del setting e della gestione del comportamento dei bambini, riservandomi la possibilità di chiedere il loro aiuto qualora ne avessi il bisogno. In questo modo, durante gli incontri, esse continuano ad essere responsabili del benessere dei bambini, senza avere nei loro confronti obiettivi didattici o normativi. Possono quindi concentrare tutta l’attenzione a fornire ai bambini la “base sicura”[18] di cui abbisognano per esplorare il mondo emozionale proprio ed altrui avendo al contempo un riferimento sicuro cui fare ritorno nei momenti di difficoltà o quando ne sentono il bisogno.

    Cari Genitori,

    vi scrivo per raccontarvi  e presentarvi Emozionando.

    Per dirla in termini rogersiani, il laboratorio vuole facilitare nei bambini l’apprendimento delle competenze emotive; si propone, cioè, di aiutare i vostri figli a riconoscere le emozioni in loro stessi e negli altri, “qualità” che possiedono in modo naturale, e di aiutarli a mantenere questa consapevolezza durante la crescita, anche se il mondo esterno non sempre sostiene e incoraggia questo tipo di qualità. …

     

    è questo l’incipit della lettera che invio ai genitori all’inizio di ogni anno scolastico. Lo scopo è quello di presentare il laboratorio, ma soprattutto mettere il seme della prossima alleanza.

    Hakuna Matata fa una politica di comunicazione scuola-famiglia che rende i genitori parte attiva del processo di apprendimento dei bambini. Ho trovato quindi le porte aperte raccontando ad Antonella quanto sia per me importante incontrarli per renderli consapevoli e partecipi del particolare percorso che i loro figli intraprendono e quali frutti porteranno a casa.

    Insegno ai bambini a sentire le loro emozioni cogliendone tutte le sfumature possibili, come fossero i colori di un arcobaleno; a chiamarle per nome quando le provano per scoprirne, meravigliati, il valore; a tenerle per mano e, insieme a quelle, prendere la ricorsa per superare gli ostacoli; ad usare gesti e parole per comunicarle a chi gli sta vicino, così da trovare sostegno per ottenere ciò di cui hanno veramente bisogno.

    Tutto questo, i bambini che partecipano ad Emozionando, riportano a casa alla fine di ogni incontro e, passo dopo passo, come risultato del laboratorio. Non riportano disegni, mosaici, oggetti. Non recitano poesie, ne cantano canzoni. Non ballano, non suonano strumenti, non parlano una lingua straniera. Semplicemente rafforzano abilità per la vita che già hanno dentro di loro quando li incontro. Semplicemente conoscono sé stessi.

    Parallelamente alla lettera, che Antonella invia in mia vece ai genitori dei bambini interessati, Hakuna Matata organizza un incontro iniziale di presentazione del laboratorio rivolto a chiunque sia curioso di saperne di più. Qui mi limito a dare informazioni generali sui contenuti, metodologia, calendario e modalità di iscrizioni.

    Per i genitori che scelgono di offrire ai loro figli l’opportunità di partecipare al percorso esperienziale, programmo degli incontri periodici (circa uno al mese) allo scopo di tenerli sempre aggiornati sul processo. Ritengo fondamentale che i bambini, tornando a casa, possano condividere a pieno le conquiste fatte durante il laboratorio con le persone per loro più importanti al mondo. Ognuno di questi incontri con i genitori è dedicato all’approfondimento di una specifica emozione, la stessa che i bambini scopriranno nell’immediato futuro: da dove viene, perché mi serve, come la riconosco, quali comportamenti ci posso abbinare, come la spiego a chi mi sta vicino. Una parte della riunione è poi destinata al confronto sui progressi fatti dai protagonisti del laboratorio nella conoscenza dell’emozione esplorata in precedenza.

    Ogni anno scolastico, verso maggio, l’ultima lezione del laboratorio, è dedicata a genitori e bambini insieme. è l’occasione per ripercorrere in pratica i momenti salienti del percorso fatto. Per 60 minuti, i cuccioli insieme alle loro mamme e ai loro papà giocano la rabbia, ballano la gioia, disegnano la paura, scoprono la meraviglia, sperimentano il disgusto, accarezzano la tristezza.

    Alcuni di loro li rivedrò l’anno seguente; altri sono in uscita dal nido per entrare alla materna. L’idea che mi orienta nella costruzione dell’incontro finale è quella di lasciare al nucleo famigliare una mappa con la quale orientarsi per continuare in autonomia il percorso verso il raggiungimento di una sempre maggiore padronanza delle competenze legate all’intelligenza emozionale.

     

    Concludendo

    Questo racconto è frutto di tanti incontri: con i bambini, con i genitori, con le educatrici. Senza di loro non avrei avuto modo di sperimentare le molte idee ed esperienze che ho appena descritto. Senza la loro disponibilità, molti ricordi fatti di immagini, colori, risa e lacrime, parole ed espressioni, semplicemente non ci sarebbero ed io avrei ben poco da raccontare. E, soprattutto, il mio lavoro sullo sviluppo dell’intelligenza emozionale sarebbe stato più sterile, noioso, solitario.

    Un grazie particolare, quindi, va ad Antonella De Dominicis per aver creduto nel progetto e scelto di renderlo un’opportunità reale per i bambini che frequentano il suo asilo nido. Durante questi cinque anni di viaggio, il ripetuto confronto con Lei, – psicologa dell’età evolutiva, coordinatrice del nido, amica –  ha reso il laboratorio più ricco, efficace, significativo.

    In questi anni di Emozionando ad Hakuna Matata, ho incontrato bambini capaci di fidarsi di loro stessi, dei loro compagni, degli adulti che gli stavano intorno e lanciarsi alla scoperta delle loro emozioni e dei loro limiti. Curiosi di imparare come si può fare meglio. Entusiasti di scoprire il proprio potere insieme alla capacità di autoregolazione.

    Ho conosciuto genitori tanto coraggiosi da stare in prima linea insieme ai loro figli per imparare come equilibrare ragione e sentimento per prendere decisioni ottimali. Intenzionati a colmare le lacune del proprio sapere e saper fare emozionale, pressoché universali in questo mondo.

    Ho incontrato educatrici disponibili e attente ad approfondire le sfumature di quell’arcobaleno emozionale che permette di trovare una sintonia migliore con quel particolare bambino o quel particolare gruppo: che ha tempi propri, che è portatore di valori e bisogni solo suoi, che apprende percorrendo strade che lo rendono unico. Educatrici disponibili anche ad incontrare la famiglia, ad accogliere il genitore per come egli è; a renderlo partecipe dell’apprendimento del suo bambino. Aperte a confrontarsi con i propri limiti, a mettersi in gioco per riflettere sulle proprie risorse e motivate a potenziare la conoscenza dell’intelligenza emozionale per il proprio benessere e per il benessere dei bambini che seguono.

    In queste pagine vi ho parlato di un percorso che non si è ancora concluso. Che, mi auguro, vada avanti verso mete sempre nuove e gratificanti per tutti i visitatori del magico e meraviglioso mondo di Emozionando.

     

    Note bibliografiche

     

    1. Axline M. V. (1993), Play Therapy, New York, Ballantine Books; trad. it. (2003) Play Therapy, Molfetta (BA),Edizioni La Meridiana.
    2. Anfossi M., Verlato M. L., Zucconi A., (2008), Guarire o curare. Comunicazione ed empatia in medicina, Molfetta (BA), Edizioni La Meridiana.
    3. Bowlby J. (1989), Una base sicura, Milano, Raffaello Cortina Editore.
    4. Camaioni L. (a cura di) (1999) Manuale di psicologia dello sviluppo, Il Mulino, Bologna.
    5. Coddetta F., Maio S. (2012), Nuove prospettive del Kids’ Workshop. Una sperimentazione nel nido con bambini tra i 2 e i 3 anni, ACP – Rivista di Studi Rogersiani, Roma.
    6. Gordon T. (1970), E.T., Teacher Effectiveness Training: The Program Proven to Help Teachers Bring Out the Best in Student of All Ages, New York, Three Rivers Pr.; trad. it. (1994), Insegnanti efficaci, Firenze, Giunti Barbera.
    7. Maio S., Bonucci B., Di Serio Benvenuti P. (a cura di) (2004), Manuale teorico del facilitatore Kids’ Workshop, Istituto dell’Approccio Centrato Sulla Persona (a solo uso interno IACP).
    8. Rogers, C. (1969), Freadom To Learn, Colombus, Ohio, Charles E. Merrill Publishing Company; trad. it. (1973) Libertà nell’apprendimento, Firenze, Giunti Barbera.
    9. Rogers, C. (1980), A Way of Being, Colombus, Ohio, Charles E. Merrill Publishing Company; trad. it. (1983) Un modo di essere, Firenze, Martinelli.
    10. Satir V. (1988), The New Peoplemaking; trad. it. (2000), In famiglia… come va?, Alessandria, Editrice Impressioni Grafiche.
    11. Sunderland M. (2000) Raccontare storie aiuta I bambini, Edizioni Erickson, Trento
    12. Williams B. S., (1996), Guida del facilitatore Kids’ Workshop, Istituto dell’Approccio Centrato Sulla Persona (a solo uso interno IACP)
    13. Williams Williams S. B., (1992), Kids: A Profound Way Of Being, Rivista di Studi Rogersiani, Roma
    14. http://www.kids-workshop.com/workshop-kids.html
    15. https://www.dors.it/documentazionetesto201703/1993%20OMS%20lifeskill%20SCHEDA.pdf
    16. http://www.asilonidohakunamatata.it

    [1] Rogers C., 1969
    [2] Goleman D., 1997
    [3] Rogers C.,1980
    [4] Gordon T., 1970
    [5] Axline M. V., 1993
    [6] http://www.kids-workshop.com/workshop-kids.html
    [7] Con “bene” intendo usare le emozioni per comunicare agli altri i propri bisogni in un modo che sia comprensibile e socialmente accettato ottenendo; una modalità che aumenta le probabilità di trovare soddisfazione ai bisogni stessi
    [8] Axline V., 1947
    [9] Rogers C.,
    [10] Rogers C., 1958
    [11] Sunderland M., 2000
    [12] Coddetta F., Maio S., 2012
    [13] Williams B., 1996
    [14] Anfossi M., Verlato M. L., Zucconi A., 2008
    [15] OMS, 1993
    [16] Anfossi M., Verlato M. L., Zucconi A., 2008
    [17] Campioni L., 1999
    [18] Bowlby J., 1989

    Quando discuti con tuo figlio come risolvi la situazione?

    Quando discuti con tuo figlio come risolvi la situazione?

    Il metodo senza perdenti per risolvere i conflitti con i nostri figli.

    Che sia per l’ora di andare a dormire, per l’ordine in cui tiene la propria camera; per il tempo che ci mette a prepararsi e fare colazione la mattina

    Che sia per il genere musicale che ascolta o il tempo che passa ai videogiochi; per lo sport o il metodo di studio

    Quando scoppia una lite, voi come risolvete la situazione?

    La tendenza più comune è ancora quella di ricorrere ai metodi tradizionali che vedono i contendenti vincere o perdere in base alle circostanze. Genitori e figli sono preoccupati di non ottenere ciò che vogliono e concentrano la loro attenzione sul riuscire ad imporre il proprio punto di vista.

    A volte con autorità usiamo il potere obbligando i nostri figli a fare ciò che chiediamo loro. Altre volte lasciamo correre permettendogli di agire secondo i loro desiderata.

    Sebbene questi metodi nel breve termine risolvono il conflitto, a medio e lungo termine affaticano la relazione famigliare. Indipendentemente dal risultato, sia che vinciamo sia che perdiamo, queste esperienze generano sentimenti quali: inadeguatezza per non essere riusciti nel nostro intento iniziale; sfiducia in quanto non ci sentiamo rispettati dall’altro; tristezza e delusione perché i nostri bisogni rimangono insoddisfatti. Ne vale la pena?

    La strategia del compromesso per risolvere un litigio è efficace?

    Altro metodo molto utilizzato per risolvere le divergenze in famiglia è il compromesso. Questa strategia vede noi genitori e i nostri figli impegnati nella contrattazione per ottenere ciò che vogliamo ancor prima di avere chiaro il perché lo vogliamo.

    Motorino o macchinetta? A letto da solo o nel lettone con mamma e papà? Prima i compiti o i videogiochi? Portiamo o no il giocattolo a scuola? Forse vi siete riconosciuti in uno o due di questi esempi; o magari ne avete uno vostro da raccontare…

    Fatto sta che il compromesso consiste in un gioco di negoziazione in cui sia i genitori che i figli rinunciano alla soddisfazione di una parte dei loro bisogni per ottenere alcune cose in cambio.

    La domanda è: “A quanto dovrò rinunciare? Riuscirò a farne a meno? Per quanto tempo?”

    Una volta raggiunto l’accordo, il sentimento che generalmente resta è quello di una soddisfazione soltanto parziale che lascia un certo retrogusto amaro. Inoltre, genitori e figli concentrano le loro energie a controllare che l’altra parte rispetti l’accordo, piuttosto che collaborare nella direzione di un obiettivo condiviso.

    Il compromesso ha un effetto meno pericoloso per la relazione famigliare rispetto ai metodi vinci-perdi, ma c’è un opzione che porta a risultati più soddisfacenti.

    Il metodo vinci-vinci ovvero il metodo senza perdenti.

    Mi riferisco al famoso metodo vinci-vinci che costituisce uno dei cardini del corso Genitori Efficaci ideato dal dr Thomas Gordon.

    Se vuoi saperne di più sul metodo Genitori Efficaci clicca qui

    Questa strategia di risoluzione dei conflitti vede genitori e figli impegnati insieme nella ricerca di una soluzione che sia pienamente soddisfacente per entrambi. Essi cooperano per prendere una decisione che rispetti i bisogni di tutte le persone coinvolte. Possiamo chiamare questa strategia metodo senza perdenti.

    Quali sono i passi principali del metodo senza perdenti?

    Prepara il terreno

    Inizia rassicurando tuo figlio che ciò che vuoi è cercare insieme una soluzione che renda felici tutti. Spiegagli in cosa consiste il metodo senza perdenti in modo che lui possa sentirsi parte attiva della ricerca.

    Comincia parlando di te

    Racconta a tuo figlio in modo autentico quali sono esattamente i tuoi bisogni in modo che lui possa comprendere il motivo per il quale gli stai chiedendo di modificare il suo comportamento e non si senta manipolato. In questo modo lui sarà disponibile ad ascoltare ciò che tu vorrai dirgli.

    Ascolta attivamente

    Ascolta tuo figlio accentando i pensieri e i sentimenti che ti racconta. Sospendi il tuo giudizio e assicurati di aver compreso con accuratezza i suoi bisogni chiedendone conferma a lui.

    Assicurati che tuo figlio abbia compreso la soluzione

    Quando proponi le soluzioni, scegli un linguaggio che sia facilmente comprensibile per tuo figlio in modo  che lui possa essere pienamente consapevole della soluzione che sceglie. Perché il metodo senza perdenti funzioni, è fondamentale che la decisione presa soddisfi i bisogni di entrambi.

    Coopera per trovare la soluzione condivisa

    Il metodo senza perdenti allena genitori e figli gestire i conflitti in modo costruttivo rafforzando la relazione famigliare. Entrambi cooperano nella ricerca di una o più soluzioni nel rispetto dei bisogni di tutti i membri della famiglia. I sentimenti che si generano sono di lealtà e fiducia reciproca, sicurezza in sé stessi e senso di adeguatezza.

    Assicurati che funzioni

    è importante che verifichi periodicamente che la soluzione scelta porti ai risultati sperati. Se non funziona può essere che alcuni dei bisogni in gioco non siano stati ben individuati; oppure che con il passare del tempo i tuoi bisogni di genitore o quelli di tuo figlio siano cambiati.

    Ogni situazione vuole la sua soluzione

    Il problema può essere lo stesso, ma ogni persona è unica. Il metodo senza perdenti è la soluzione che funziona  basata sull’incontro dei bisogni di tutte le persone coinvolte in quella specifica situazione.

    Non perdere l’occasione di incontrare formatori certificati del metodo Gordon a cui fare domande o esprimere dubbi sul funzionamento del metodo senza perdenti: partecipa all’Open Day che si terrà a Roma:

    lunedì 12 novembre presso Hakuna Matata dalle 17:00 alle 19:30

    sabato 17 novembre presso Arti&Suoni dalle 10:00 alle 12:30

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